A cura di Daniele Panarelli, vicepresidente Settore Adulti diocesano
Dal 17 al 19 aprile 2026, Carovigno ha ospitato il secondo incontro territoriale in presenza “Custodire la speranza – Abitare il servizio, generare il bene”, un momento importante per la vita associativa che ha coinvolto presidenti parrocchiali, assistenti e consiglieri diocesani. Questo appuntamento ha rappresentato la terza fase di un percorso organico iniziato con i webinar nazionali dedicati all’identità del presidente parrocchiale, dell’assistente parrocchiale e del consigliere diocesano “artigiani di speranza”; alla spiritualità laicale “cercatori di speranza”; al legame associativo “tessitori di speranza” e al legame con la Chiesa e il territorio “seminatori di speranza”.
Un percorso proseguito con l’analisi concreta delle realtà locali nelle singole diocesi e culminato a Carovigno dove il dibattito si è spostato sulla dimensione del servizio e sulla responsabilità di custodire la speranza in un contesto sociale che spesso fatica a scorgerne i segni. Il confronto si è basato sulla necessità di non vivere la fede come un fatto isolato, ma come un impegno che prende forma dentro le strutture della Chiesa e nelle pieghe della società civile.
Il cuore degli incontri è stato alimentato da contributi che hanno richiamato i presenti alla concretezza della loro vocazione. Don Giuliano Zanchi, direttore della rivista del clero italiano, ha analizzato con lucidità la situazione attuale sottolineando che “in un mondo dove sembra esserci il self service della regione ci vuole la saldezza dello stare insieme dei discepoli.” La sua riflessione ha messo in luce il rischio di una spiritualità individuale e frammentata, ribadendo che la forza dell’Azione Cattolica risiede proprio nella stabilità del legame comunitario e nella capacità di camminare insieme nonostante le sfide della modernità. Questa unità non è una chiusura verso l’esterno, ma la condizione necessaria per poter offrire una testimonianza credibile.
Sulla stessa linea di impegno e autenticità si è mossa Francesca Rispoli, presidente di Libera, che ha centrato il suo intervento sul valore della presenza cristiana nel mondo. Secondo Rispoli, testimoniare vuol dire “essere nel mondo prima di fare, ma testimoniando con gioia. Siamo in un mondo dove il pessimismo e il disincanto sono padroni ed è qui che la nostra testimonianza deve dare speranza.” Il suo discorso ha evidenziato come l’ottimismo cristiano non sia un sentimento superficiale, ma una scelta di campo contro la rassegnazione. La gioia diventa quindi uno strumento politico e sociale per scardinare le logiche del disincanto che bloccano il cambiamento nelle comunità.
L’identità dell’associazione è stata richiamata attraverso una provocazione lanciata da Papa Francesco durante l’incontro per la celebrazione dei centocinquanta anni, ovvero la trasformazione dell’Azione Cattolica in Passione cattolica. Questa passione si traduce nella volontà di prendere posizioni chiare che sappiano contribuire a trasformare la vita difficile delle nostre periferie in vita fatta di dignità e uguaglianza. La vita associativa trova il suo baricentro nella parrocchia, intesa come spazio di accoglienza e accompagnamento. La Chiesa deve essere percepita come una casa dove ci si sente liberi e dove le relazioni sono autentiche. Abitare il servizio, in questo senso, significa creare reti positive e alleanze significative nel quotidiano, capaci di generare un impatto reale sul territorio attraverso un impegno che diventa contagioso.
Il lavoro si è poi articolato in numerosi laboratori tematici che hanno toccato i punti nevralgici dell’impegno laicale. Si è discusso di spiritualità incarnata nella quotidianità e di fraternità intesa come capacità di tessere relazioni. Il dialogo intergenerazionale è stato individuato come la chiave per costruire speranza tra le diverse età della vita, mentre la corresponsabilità tra assistenti e laici è stata riaffermata come un cammino condiviso tra vocazioni differenti. Altri tavoli di lavoro hanno affrontato temi urgenti come la mobilità dei giovani, la cura del creato, la passione educativa e la vicinanza alle situazioni di marginalità attraverso reti di prossimità nelle periferie. Particolare attenzione è stata data all’impegno socio-politico dei cattolici e alla vocazione all’amore vissuta dalle giovani coppie e dalle famiglie.
Un momento di particolare intensità e partecipazione è stato quello dedicato alla condivisione delle esperienze associative. Raccontare ciò che accade nelle parrocchie e nelle diocesi ha permesso di dare il giusto valore all’impegno costante che ogni aderente, responsabile o meno, mette in campo ogni giorno. La serata di sabato ha visto come protagonisti i ragazzi, gli educatori e i genitori del gruppo musicale Children of the sun della parrocchia San Pio X della diocesi di Taranto. La loro animazione, caratterizzata da un entusiasmo travolgente, ha coinvolto tutti i presenti, dal Presidente nazionale fino a chi si trovava all’esterno della struttura. La loro musica e il loro ritmo sono stati la prova tangibile di come lo scambio intergenerazionale e la condivisione del talento possano creare bellezza e inclusione.
In queste giornate di dialogo e verifica, i partecipanti hanno potuto assaporare la qualità dell’ascolto e del racconto, dando un senso compiuto ai sacrifici che il servizio associativo comporta. La stanchezza accumulata nel servizio è stata letta non come un limite, ma come un segno di dedizione, quasi un olio che santifica l’impegno profuso per il bene comune. L’associazione infine ha dimostrato di voler sperimentare nuove vie per abitare il tempo presente, inserendo l’azione dei singoli in un panorama più vasto di appartenenza
Le conclusioni sono state affidate a Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione Cattolica, che ha richiamato tutti a una missione precisa per il futuro. Egli ha dichiarato che “dobbiamo essere una realtà che costruisce una narrazione diversa, quella che deriva dal vangelo, una narrazione che non si preoccupa ma che fa risuonare la bellezza che è per tutti. Far risuonare quei luoghi e quelle esperienze dove si vive questa speranza.” Con queste parole si è chiuso l’incontro di Carovigno, lasciando ai responsabili il compito di tornare nelle proprie realtà locali non solo con nuovi strumenti operativi, ma con la consapevolezza che la speranza va costruita ogni giorno attraverso la testimonianza e la presenza viva nei luoghi della vita quotidiana.
















